Ursula Bassi

Ursula Bassi

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In Brasile, da quando è diventato presidente Bolsonaro, è aumentato il disboscamento dell’Amazzonia, polmone del pianeta.

Gli incendi in Groenlandia, Alaska, Siberia e Canada hanno mandato a fuoco un’area pari a 400.000 campi da calcio e immesso nell’aria, in poche settimane, tutta l’anidride carbonica che una Nazione media europea produce in un anno.

Il 29 luglio è stato l’Earth Overshoot Day, cioè il giorno in cui abbiamo terminato le risorse che il pianeta può produrre in un anno.

Sono tre fatti scollegati (apparentemente), ma che ci dicono la stessa cosa: la questione ambientale deve diventare la priorità dell’agenda politica.

Analizziamo le tre vicende. Partiamo dell’Earth Overshoot Day, poi passiamo agli incendi artici e infine all’Amazzonia.

Terminare le risorse che il pianeta è in grado di produrre in un anno a fine luglio, significa una cosa semplice: quello che consumeremo nei prossimi cinque mesi sarà un furto nei confronti dei nostri figli e dei nostri nipoti. 50 anni fa, veniva consumato esattamente quello che veniva prodotto. 25 anni fa, l’Earth Overshoot Day era l’8 novembre, gli uomini vivevano sulle spalle del futuro per 53 giorni. In 25 anni i giorni sono diventati 153. È necessario invertire la tendenza e occorre iniziare da subito con l’eliminazione degli sprechi.

Gli incendi nell’Artico non sono un evento straordinario nel periodo estivo. È un evento straordinario la dimensione che hanno assunto, e che a memoria d’uomo e di satellite, non era mai stata raggiunta. È il riscaldamento climatico a determinare questi incendi, infatti al Polo Nord le temperature si alzano ad una velocità doppia rispetto al resto del pianeta. Il clima secco favorisce gli incendi, gli incendi producono anidride carbonica che, a sua volta, è una delle maggiori responsabili del riscaldamento delle temperature. Si alimenta quindi un circolo vizioso. Il riscaldamento provoca inoltre lo scioglimento dei ghiacciai e quindi l’innalzamento dei mari in tutto il Pianeta, che comporta una riduzione delle terre abitabili.

L’aumento delle temperature di due gradi, non significa soltanto crescita del fastidio nel periodo estivo. Significa riduzione delle terre emerse, significa espansione della desertificazione, significa diminuzione delle terre fertili. Effetti che nell’immediato provocano due effetti tangibili: incremento massiccio delle migrazioni e rincaro del valore dell’Earth Overshoot Day, causato dalla minore capacità produttiva della terra.

Infine l’Amazzonia. Lo sfruttamento dell’Amazzonia non è una sorpresa, era nel programma elettorale di Bolsonaro e in questo, purtroppo, sta mantenendo la parola. Ad un giornalista europeo che gli ha chiesto della sua politica in Amazzonia, Bolsonaro ha parlato di "psicosi ambientalista", ha detto che gli allarmi sull’Amazzonia fanno parte di un complotto internazionale per impedire al Brasile di svilupparsi e che infine "l’Amazzonia è nostra e non vostra". La cosa è tecnicamente vera, gran parte della foresta Amazzonica è in territorio brasiliano, ma è altrettanto vero che, la foresta Amazzonica, è una delle risorse più importanti per tutti noi, anzi, è lo strumento più importante che abbiamo per combattere il riscaldamento climatico.

Cosa possiamo fare dunque per intervenire su questi problemi?

Dobbiamo agire a due livelli.

Quello della quotidianità: dobbiamo cercare di assumere comportamenti sostenibili e limitare al massimo gli sprechi. Ogni nostra singola azione ha delle conseguenze. Buone azioni hanno conseguenze positive, cattive azioni hanno conseguenze negative. Il Pianeta è casa nostra e dobbiamo trattarlo come tale.

Quello della politica. Oggi in politica vincono i cosiddetti sovranisti, quelli che in Italia dicono “prima gli italiani”, poi se sono toscani aggiungono “prima i toscani”, quindi i primi devono essere quelli del loro paese e infine quelli del quartiere. Pensano che ogni problema si possa risolvere alzando una barriera, un muro o un filo spinato. Il riscaldamento globale però non si può affrontare così. Quando i mari si alzeranno, non ci sarà un tappo, come quello della vasca da bagno, da togliere per abbassare il livello. Non ci sarà una barriera che impedirà all’aria di riscaldarsi troppo.

Il tema ambientale non si risolve chiudendosi, ma aprendo agli altri. Nessun Paese può risolvere da solo questo problema. Serve la collaborazione di tutti perché soltanto tutti insieme eviteremo il disastro a cui, per ora, stiamo andando incontro. E in questo modo sapremo dare la risposta alla domanda su chi deve preoccuparsi dell’Amazzonia: i cittadini delle terre su cui è poggiata (in buona parte Brasile) o i cittadini delle terre che fa respirare (quelli di tutto il mondo)?

Io non ho dubbi su quale sia la risposta giusta. Ed è l’approccio giusto per risolvere tutti i grandi temi della politica: collaborare non dividersi, nell’interesse delle persone.

Il futuro ci appartiene, riprendiamocelo.