Filippo Pennetta

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Siamo ormai arrivati al terzo appuntamento sul sonno, partito in sordina con il discorso sulla memoria ed esploso con l’elogio alla fase REM della scorsa volta. Oggi chiudiamo questo ciclo; a dire il vero, ci sarebbe moltissimo altro da dire su questa straordinaria funzione fisiologica, tutt’altro che limitata al mero riposo biomeccanico, ma ciò che mi interessa, con licenza vostra, è discutere degli aspetti più misteriosi ed affascinanti che la riguardano.

Dulcis in fundo, parliamo dunque dei sogni.

Sogni e sonno REM

Cosa sono i sogni? Dall’antichità fino all’avvento della psicoanalisi i sogni erano considerati come qualcosa di esterno al soggetto, una sorta di messaggio dal mondo divino o da quello dei defunti. Freud, dal canto suo, fu il primo a collocare i sogni nella mente, quale prodotto notturno dei desideri insoddisfatti dell’inconscio, innescati perlopiù da un “residuo diurno”. Ciò è vero in parte.

Al giorno d’oggi, grazie a tecniche di imaging (MRI) che Freud poteva (per l’appunto) sognarsi, siamo in grado di analizzare in dettaglio l’attività cerebrale durante il sonno. Grazie alla risonanza magnetica, si è scoperto che durante la fase REM determinate aree del cervello, le cui funzioni sono quantomeno paradigmatiche, non solo si “riaccendono”, ma arrivano ad essere fino al 30% più attive rispetto alla veglia. Stiamo parlando delle regioni visuo-spaziali dell’emisfero posteriore, coinvolte nella percezione visiva complessa, della corteccia motoria, implicata nel movimento, dell’ippocampo (e regioni limitrofe), deputato, come sappiamo, alla produzione e amministrazione della memoria autobiografica, dell’amigdala e del giro del cingolo, vale a dire i centri delle emozioni profonde. Per contro, un’altra regione detta corteccia prefrontale, atta alla gestione del pensiero razionale e dei processi decisionali, risulta (sempre durante la fase REM) chiaramente disattivata. Appare quindi chiaro il risultato a cui questa combinazione di aree diversamente attivate può condurre: una vivida e potente allucinazione.

Immagine che contiene stella

Descrizione generata automaticamente
(Magnetic Resonance Imaging)

Creatività, empatia e…

Dov’è che si era sbagliato, dunque, il nostro Sigismondo? Tralasciando la totale ascientificità delle sue teorie, basate più sul metodo induttivo piuttosto che su esperimenti validi e ripetibili, il peccato più grande di Freud fu quello di limitare i sogni a “fantasticherie”, utili essenzialmente al prosieguo del sonno [1]. Ciò che Freud ignorava sono i vantaggi adattativi garantiti da queste allucinazioni, solo apparentemente sconclusionate. Due di questi li abbiamo già accennati parlando del sonno REM, ovvero la stimolazione della creatività e dell’empatia.

Riguardo alla prima, esempi storici di creazioni ed intuizioni geniali avute in sogno da artisti e personaggi illustri ce ne sono a bizzeffe: basti pensare all’arte di Dalì, ma anche alla tavola periodica di Mendeleev. Da un punto di vista prettamente scientifico, diversi studi, nei quali i candidati venivano messi alla prova in vario modo, hanno evidenziato una chiara correlazione fra il contenuto dei sogni relativi all’esperienza d’esame diurna e lo sviluppo di capacità di problem solving inedite [2]. La chiave di questo addestramento notturno starebbe nella creazione di correlazioni non ortodosse fra esperienze e nozioni nuove e passate, superando la normale e stretta logica associativa propria della veglia. In questo senso, i sogni non si limitano a fornirci una carrellata di immagini e sensazioni relative alle giornate precedenti, bensì, partendo proprio da queste, ci permettono di esplorare le nostre conoscenze, creando nuovi legami utili alla comprensione di quanto precedentemente appreso.

Questa peculiare possibilità di analisi offertaci dai sogni assume un ruolo fondamentale nell’elaborazione, tra le altre, delle esperienze emotive, utile allo sviluppo dell’empatia. Secondo uno studio condotto dall’Università della California di Berkeley, i cervelli privati della fase REM del sonno (e, di conseguenza, dei sogni) sono inevitabilmente meno precisi nell’interpretazione delle espressioni facciali, perdendo ogni capacità di lettura del mondo sociale circostante [3]. Non sembra infatti un caso che il sonno REM sia particolarmente presente durante le tappe fondamentali dello sviluppo psicofisico dell’individuo, come l’età fetale e l’adolescenza, e che i disturbi dello spettro autistico siano caratterizzati da un deficit di sonno REM tale da arrivare fino al 50% rispetto al normale.

Ma sarà finita qui?

Giorno d’esame.

Seduto al tuo posto, fissi sconsolato il foglio con le domande. Vuoto. Non ricordi nulla.

A salvarti questa volta non sarà un qualche miracolo sinaptico, ma il risveglio.

Dormi (e sogna) che ti passa

Immagine che contiene uomo, giovane, indossando, ragazzo

Descrizione generata automaticamente
(The Eternal Sunshine of a Spotless Mind)

Alzi la mano chi non ha mai sognato di riaffrontare il peggior esame della sessione, in un concentrato d’ansia aggravato dalla puntuale consapevolezza di non ricordare assolutamente nulla. Paura, eh? Ebbene, per capire il motivo di questo ennesimo, brutto, scherzo della nostra mente dobbiamo fare un passo indietro.

Studiando i pattern neurochimici del cervello durante il sonno, si è scoperto che in una certa fase i livelli di noradrenalina, ormone mediatore dello stress a livello del sistema nervoso centrale, sono del tutto trascurabili. La fase in questione, al costo di sembrare scontato, è proprio la fase REM, unico momento delle 24 ore in cui il nostro cervello è completamente “rilassato”. Questa “zona di comfort” appare essenziale per svolgere, in particolare, due attività: ricordare e immagazzinare le esperienze più drammatiche (evoluzionisticamente le più importanti), dimenticare ed eliminare la componente più strettamente emotiva di modo che, un domani, queste informazioni possano essere recuperate senza sperimentare nuovamente le sensazioni spiacevoli che le hanno accompagnate.

A dimostrazione dell’importanza che questi meccanismi hanno sulla nostra salute, vi lascio una pubblicazione di Rosalind Cartwright della Rush University di Chicago [4]. In breve, Cartwright seguì per diverso tempo una cinquantina di persone, maschi e femmine, che in seguito a separazioni e divorzi particolarmente dolorosi avevano dato segni di depressione; raccogliendo e annotando i racconti dei loro sogni, notò che solo coloro i quali avevano sognato le proprie esperienze dolorose nel periodo storico in cui le avevano vissute erano poi stati in grado di superarle. Sorprendentemente, a distanza di un anno, questi soggetti non davano più segni clinici di depressione, contrariamente a coloro i quali avevano fatto (sempre nello stesso periodo) sogni di altro genere.

Tornando al nostro incubo, è evidente a questo punto che il nostro cervello, seppur con le cattive, non stesse facendo altro che tentare di metabolizzare l’esperienza (decisamente traumatica) dell’esame, aiutandoci magari ad affrontare i prossimi con più scioltezza. Le conseguenze dell’inceppo di questo meccanismo “lenitivo” sfociano in quello che viene definito disturbo post traumatico da stress, in cui (guarda caso) il cervello è immerso in livelli anomali e persistenti di noradrenalina.

Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

Filippo Pennetta

NOTE

Riferimenti Bibliografici

Conti, F. (2010). Fisiologia medica (Vol.1). EdiErmes

Walker,M. (2017). Why we sleep. Unlocking the Power of Sleep and Dreams. Scribner

[1] Freud,S. (1899). L’interpretazione dei Sogni.

[2] https://academic.oup.com/sleep/article/36/7/1051/2453872

[3] https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19702380

[4] https://psycnet.apa.org/buy/1992-20035-001

Immagini

(copertina): https://wall.alphacoders.com/big.php?i=992128&lang=Italian

(immagine mri): www.pinterest.com

(immagine tesoasm): www.artwave.it