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Il filologo è uno scienziato

Esiste davvero differenza tra il modo di fare ricerca di un fisico o di un biologo e quello utilizzato da un filologo per l’interpretazione di testi di varia natura ? Popper intendeva così il metodo scientifico: “La mia concezione del metodo della scienza è semplicemente questa: esso sistematizza il metodo pre-scientifico dell'imparare dai nostri errori: lo sistematizza grazie allo strumento che si chiama discussione critica. Tutta la mia concezione del metodo scientifico si può riassumere dicendo che esso consiste di questi tre passi: inciampiamo in qualche problema; tentiamo di risolverlo, ad esempio proponendo qualche nuova teoria; impariamo dai nostri sbagli, specialmente da quelli che ci sono resi presenti dalla discussione critica dei nostri tentativi di risoluzione. O, per dirla in tre parole: problemi-teorie-critiche (1).”

Dunque, questo è il piano di lavoro ancora oggi di uno scienziato: data una teoria, si iniziano a spremerne le conseguenze. Se le conseguenze combaciano con i fatti, la teoria si può dire confermata. Se un solo fatto va contro la teoria, la teoria è logicamente falsificata. C’è, come si può vedere, una asimmetria logica tra la conferma e la smentita di una teoria.

Lo scienziato critico e rigoroso non va a cercare le conferme, ma va a cercare la crepa, così che la comunità scientifica possa subito mettersi a studiare una teoria migliore. La scienza avanza grazie a tante ipotesi e altrettanti controlli rigorosi. L’errore commesso, individuato e corretto, rappresenta il fondamento della scienza.

Questo metodo non vale solamente per le scienze naturali, ma anche per le discipline umanistiche: in tutta la scienza razionale, cioè in ogni angolo della ricerca, ovunque ci siano problemi da risolvere, in fisica, in linguistica, in biologia, in economia, in sociologia, in chimica o in filologia nell’interpretazione di un testo, non si può fare altro che inventare congetture per poi metterle alla prova.

Il filosofo Gadamer, allievo di Heidegger, nel suo Verità e metodo (2), scriveva che noi siamo continuamente interpreti. Ci sono gli interpreti professionisti (come gli esegeti biblici e i papirologi) e ci siamo noi, che leggiamo testi e interpretiamo, che parliamo, veniamo interpretati e  cerchiamo di interpretare ciò che gli altri ci dicono. Quando un interprete, in senso tecnico o in senso lato, si trova davanti un testo, si approccia con i suoi pregiudizi e la sua pre-comprensione, e ne dà, in base a questo, una prima interpretazione. Se un pezzo di testo urta la sua interpretazione, bisogna che l’interprete la cambi e la rimetta al vaglio del testo e del contesto; se di nuovo una parte non è in linea con questa seconda congettura, l’agente ricomincia con le interpretazioni e le relative verifiche di validità, innescando così un circolo virtuoso, sosteneva Gadamer, perché le interpretazioni successive sono sempre migliori della prima.

Qual è la differenza tra l’approccio scientifico di Popper e quello umanistico di Gadamer ? Nessuna. Il filologo è uno scienziato anche lui: fa congetture e le mette alla prova. Se ci pensiamo bene, è il modo di procedere che utilizziamo per tradurre una versione di Latino o di Greco.

La necessità di un approccio umanistico

Leggiamo spesso indagini nazionali e internazionali in cui emerge la scarsa capacità di comprensione del testo dei quindicenni italiani. Queste non confortanti notizie riguardando tutti i giovani e tutte le famiglie: in questo mondo dominato da Google e dai social network, con un’inondazione di informazioni, se un ragazzo non comprende un testo, vuol dire che non è in grado, sulla rete, di discernere le fonti attendibili, i competenti dai ciarlatani e le notizie vere dalle fake news. Non può districarsi nella giungla di dati presenti su internet ed è, quindi, facilmente manovrabile ed influenzabile, perché non in grado di verificare la credibilità delle informazioni:è un fatto grave per tutta la nostra democrazia, una vera e propria emergenza.

Le nostre scuole, spesso oppresse da burocrazia e poca stima per gli insegnanti, devono riprendere sempre di più gli studi umanistici perché l’educazione umanistica e, ancor di più, l’approccio umanistico è fondamentale. Un approccio efficace anche nell’insegnamento delle scienze. Nelle scuole spesso le scienze vengono insegnate per esercizio e non per problemi. Bisogna, invece, insegnare le scienze immettendo, nelle lezioni, nozioni di storia della scienza e riflessioni epistemologiche, altrimenti si rischia un insegnamento prettamente dogmatico. Non è un caso che vari studi in materia sottolineino che l’attenzione degli studenti salga quando si lascia spazio a considerazioni di indole storica, che si riferiscono alla natura dei problemi, alle ragioni che hanno portato all’adozione di certe convenzioni, al perché certi punti di vista sono stati considerati migliori di altri nell’avanzamento delle conoscenze.

Tornando agli studi umanistici, è importante sottolineare, come ci ricorda il Professore Antiseri (3), che tradurre insegna a capire il senso di un testo, fare riassunti a comprendere il nocciolo di un discorso  e svolgere un tema argomentativo a risolvere un problema, ad argomentare una tesi contro altre tesi: è un aiuto a sviluppare la logica dell’argomentazione.

La Storia, disciplina fondamentale per ciascuno di noi per la creazione di un’identità personale consapevole, troppo spesso si insegna solo in chiave mnemonica, senza un grammo di ricerca. Insegnare Storia è prezioso, ma non bisogna farlo rimanendo chiusi ai manuali e ai loro autori, bisogna farlo ricercando approfondimenti, pluralità di punti di vista, verificando i dati fornitici dai libri tramite l’accesso agli archivi pubblici e la visita di biblioteche, mostre e musei. Bisogna mettere nella testa dei ragazzi il “benefico demone” del dubbio, bisogna aiutarli a formare una mentalità critica, a dubitare, a pensare.

Bene una solida formazione tecnico-scientifica, ma altre capacità essenziali per la democrazia e per la creazione di una cultura in grado di affrontare con competenza i più urgenti problemi mondiali corrono il rischio di sparire, solo per profitto, come sostiene Martha Nussbaum (4).

La capacità di pensare criticamente, di trascendere i localismi e affrontare i problemi del mondo viene troppe volte abbandonata a favore di un’istruzione grettamente strumentale, con una serie di competenze che producono vantaggio a breve termine per l’industria, ma lacerano la società nel lungo periodo. Le democrazie sono cavalli nobili ma indolenti, diceva Socrate: serve un pensiero agile per tenerle sveglie, serve analizzare se stessi e gli altri e non accettare discorsi senza vaglio del proprio ragionamento, non serve, d’altro canto, uno studio senza indagine. Per dirla con le parole della sopracitata Martha Nussbaum:

Dove va oggi l’istruzione? Non si tratta di una domanda da poco. Una democrazia si regge o cade grazie al suo popolo e al suo atteggiamento mentale e l’istruzione è ciò che crea quell’atteggiamento mentale…Come Socrate sapeva molti secoli fa, la democrazia è un cavallo nobile ma indolente. Per tenerla sveglia occorre un pensiero vigile. Ciò significa che i cittadini devono coltivare la capacità per la quale Socrate diede la vita: quella di criticare la tradizione e l’autorità, di continuare ad analizzare se stessi e gli altri, di non accettare discorsi o proposte senza averli sottoposti al vaglio del proprio ragionamento.”

L’importanza della filologia

L’obiettivo finale è creare menti critiche in grado di comprendere ciò che gli altri dicono, di non ingannare e di non venire ingannati. L’insegnamento filologico è una scuola di argomentazione razionale in un mondo di slogan, di false evidenze, di notizie inventate per interessi più o meno confessabili.

Einaudi diceva che “per deliberare occorre conoscere”, ma per conoscere occorre discutere, e la filologia crea menti pronte ad ascoltare gli altri, a correggere i propri errori e quelli altrui, consapevoli che tutti siamo fallibili, perché umani, l’importante è riconoscerlo e rendere l’errore un patrimonio da coltivare per migliorare. “Razionale non è un uomo che voglia avere ragione; razionale è piuttosto un uomo che vuole imparare: imparare dai propri errori e da quelli altrui (5)” sosteneva Karl Popper.

Giuseppe Vitolo

Note

(1)    K. R. Popper, Problemi, scopi, e responsabilità della scienza, in Scienza e filosofia, Einaudi 1969.

(2)    H.G. Gadamer, Verità e metodo (Wahrheit und Methode),Bompiani 2001 con testo tedesco a fronte (prima pubblicazione originale:1960).

(3)    D. Antiseri, Più filologia nel mondo di Google, in D. Antiseri, C.Bearzot, C.Carena, V.Magrelli, P.Mastrocola, A.Oliverio, A.Porro, G.Ravasi, C.Scarpati, G.Tonelli (con prefazione di A.Zaccuri), Ritorno ai classici, Vita e Pensiero 2017; D. Antiseri, Più filologia nel mondo di Google, Vita e Pensiero, 1, 2012.

(4)    M. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Il Mulino 2011.

(5)    K. Popper, Dopo La società aperta, Armando Editore 2017 (con introduzione di D. Antiseri).