Giovanni Odone

Giovanni Odone

Torinese | classe 2000 | Scienze internazionali dello sviluppo e della cooperazione presso UniTo. Appassionato di politica estera e viaggi con lo zaino in spalla.

Chinese virus

No, non basta una pandemia globale a limitare le inimicizie tra Stati Uniti e Beijing ma anzi, quando il virus in questione danneggia pesantemente l’economia degli USA, ne limita il ruolo di guida mondiale e mette a rischio la possibilità di rielezione per il Presidente Trump, allora il Covid-19 diventa automaticamente il “Chinese virus, because it comes from China”. Non è certo una novità: da anni infatti Donald Trump alimenta la sua crociata politica-economia contro l’Impero di Mezzo che da tempo mette in discussione la forza della leadership americana. Questa volta però anche la Cina è in difficoltà, e la sua strategia d’influenza mondiale si è dovuta modificare per poter concentrare le forze nella ripresa economica. Quest’ultima, infatti, non solo farà scendere il valore del PIL cinese in questo singolo anno, ma causerà un generale rallentamento economico nel lungo periodo: un problema inatteso per Xi Jingping, che dopo aver accertato la forza della sua economia avrebbe voluto investire sulla rivalutazione del “Made in China”.

La strategia imperiale

Il proseguimento del secolo americano si gioca nel Pacifico: ampio fulcro di interessi culturali, economici e geopolitici in cui gli Stati Uniti hanno avviato una sviluppata strategia d’investimento strategico. Le grandi potenze della storia hanno sempre dovuto fare i conti con il controllo dei flussi commerciali, e nel Pacifico ci sono vari “colli di bottiglia” e zone strategiche che gli USA presidiano attraverso la propria forza armata: basti pensare allo Stretto di Malacca (tra Indonesia e Singapore), al Mar cinese meridionale, dove transita circa il 30% del commercio globale, e infine allo Stretto di Taiwan. E’ in questi luoghi e zone che lo scontro tra la Cina e gli States raggiunge i suoi picchi di tensione: Beijing costruisce isole artificiali dotate di radar e postazioni di lancio missilistico, mentre Washington ordina il pattugliamento navale a difesa di Taipei, estremo baluardo statunitense, nel contenimento dello slancio del Dragone nel Mar cinese meridionale.

By https://www.bloomberg.com/

Oltre alle questioni propriamente geografiche e di conseguenza geopolitiche, le divergenze si amplificano nella cassa di risonanza economica, origine dei più duri scontri e madre della guerra dei dazi, ariete da battaglia di Donald Trump. L’interdipendenza economica che lega i due Paesi è per i falchi di Washington motivo di estrema preoccupazione e fonte del declino statunitense nella leadership globale; non tutti però la pensano in questi termini e diversi analisti considerano il legame economico (seppur sbilanciato) una delle ragioni che evita lo scoppio di un conflitto armato. Le imposizioni economiche americane non sono state alleggerite ma anzi, dopo le recenti tensioni causate dal Covid-19, Mike Pompeo (Segretario di Stato USA) ha annunciato nuove restrizioni sulla compagnia cinese Huawei: è proprio qui, nella lotta al 5G di Beijing, che gli Stati Uniti hanno chiamato a raccolta i propri alleati, Italia compresa e particolarmente coinvolta.

L’Italia contesa o corteggiata?

In un modo o nell’altro il nostro Paese è sempre una meta delle strategie di politica estera attuate dai governi delle superpotenze globali, tuttavia la linea delle alleanze italiane subisce sovente qualche ritocco a seconda del Governo che siede a Palazzo Chigi: non è un caso, infatti, che analisti statunitensi considerino la penisola uno spazio strategico ma inaffidabile. Attenzione, non mi si fraintenda: il legame con gli Stati Uniti è ben consolidato se guardiamo gli aspetti commerciali, culturali e anche strategici (sono numerose le basi militari USA in Italia), ma spesso siamo gli osservati speciali di Washington. Nel mezzo della pandemia Beijing ha messo in atto una strategia volta al miglioramento dell’immagine cinese nel mondo, consegnando materiale medico ai Paesi più in difficoltà, Italia compresa. Occasione presa al balzo dal ministro di Maio, che non ha perso tempo a fare da cassa di risonanza alla generosità geopolitica cinese, facendo attivare l’alleato atlantico. Gli Stati Uniti, attraverso la persona di Mark Esper (Segretario della Difesa USA), hanno messo in guardia l’Italia dalle possibili interferenze di Beijing, frutto della potenziale installazione del 5G cinese, e dal già firmato Memorandum d’Intesa sulla Nuova Via della Seta. Il momento storico che stiamo vivendo ci propone una gamma di nuove sfide e opportunità che dobbiamo essere in grado di cogliere. E’ indubbio che il legame atlantico sia fondamentale, ma attraverso una giusta, attenta e soprattutto profonda analisi anche la Nuova Via della Seta può portare dei vantaggi al nostro Paese: la palla è nelle mani del Governo, gestore della politica estera attraverso la Farnesina.

Conclusioni

Portaerei naturale slanciata verso il Nord Africa, al centro del Mare Nostrum e sponda meridionale di un’Unione europea spesso troppo continentale, l’Italia ha abbandonato da tempo la costruzione di una vera e propria politica estera, tema poco considerato dall’opinione pubblica e spesso contaminato dal fumo dell’eterna campagna elettorale. È bene considerare che con la formula “politica estera” non si intenda soltanto il perseguimento geopolitico dei propri interessi nazionali, ma anche la possibilità di potenziare il Sistema Paese attraverso altre strade di lavoro come quella della promozione culturale e del commercio Made in Italy. Questi percorsi richiedono però l’implementazione di strategie e investimenti con una programmazione e uno sguardo politico a lungo termine, pura utopia per la maggioranza della classe politica italiana interessata ai sondaggi di gradimento elettorale a cadenza settimanale.

A titolo strettamente personale sono convinto che esista ancora la possibilità di invertire la rotta: una possibilità poco comoda, complicata, ma finalmente reale, certamente migliore per la nostra Nazione.