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Di recente si parla tanto della professionalità delle figure mediche ma anche di una certa carenza di servizi in vari ospedali italiani, di realtà sanitarie eccellenti e di altre meno organizzate e meno all’avanguardia: per capire meglio le problematiche del Servizio Sanitario Nazionale, analizziamo insieme cosa è accaduto agli investimenti sulla sanità e come sono ripartite le competenze in materia tra Stato e Regioni.


Perché in Italia le strutture sanitarie hanno così tante difficoltà nell’accogliere i pazienti contagiati dal Covid-19?

L’Italia conta, complessivamente, circa 5.090 mila posti letto di terapia intensiva (8,42 per 100 mila abitanti, quindi meno di 1 posto ogni 1.000 persone), 1.129 posti letto di terapia intensiva neonatale (2,46 per 1.000 nati vivi) e 2.601 posti letto per unità coronarica (4,30 per 100.000 mila abitanti): se si pensa che nel nostro Paese il Covid-19 ha invece contagiato 88274 cittadini, di cui ben 3.994 hanno avuto bisogno di essere ricoverati in terapia intensiva (dati aggiornati al 2 aprile 2020), le difficoltà gestionali di questa emergenza sanitaria risultano evidenti.

Perché i posti letto in terapia intensiva sono così “pochi”? La situazione è sempre stata questa?


Secondo i dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e confermati dal nostro Ministero della Salute, dal 1997 al 2015 in Italia i posti letto per i casi acuti e la terapia intensiva sono stati dimezzati passando, per ogni 100 mila abitanti, da 575 posti ad appena 275: un taglio del 51% avvenuto progressivamente, che porta il nostro Paese in fondo alla classica europea. Le strutture ospedaliere italiane negli ultimi 10 anni hanno quindi perso più di 70 mila posti letto e, secondo i dati della Ragioneria di Stato, oltre 46 mila unità di personale dipendente.

L’Italia dunque non spende abbastanza per la sanità?

Nel 2017, secondo la Corte dei Conti, la spesa sanitaria italiana è stata pari a 1.888 euro pro capite, con un divario ampio tra nord e sud: tutte le regioni meridionali, ad eccezione del Molise (2.101 euro pro capite), spendono infatti meno della media nazionale. In particolare, la Campania è la regione che consegue il risultato peggiore, con una spesa sanitaria pari a 1.729 euro pro capite; la spesa pro capite più alta si registra invece nelle Province autonome di Bolzano (2.363 euro) e Trento (2.206 euro), in Molise (2.101 euro), Liguria (2.062 euro), Valle d’Aosta (2.028 euro), Emilia Romagna (2.024 euro), Lombardia (1.935 euro) e Veneto (1.896 euro).

Qual è il motivo di una spesa così bassa?

Dal 2010 al 2016 la spesa del Ssn è rimasta, in valori assoluti, sostanzialmente immutata, mentre la spesa primaria, al netto degli interessi sul debito pubblico, è cresciuta soltanto dello 0,5% annuo al netto dell’inflazione. Nonostante questo, il nostro servizio sanitario pubblico resta, per qualità ed efficacia delle prestazioni sanitarie, uno dei migliori in Europa e al mondo: la Corte dei Conti segnala però come la decrescita degli investimenti abbia rallentato l’ammodernamento delle apparecchiature terapeutiche, influenzato la qualità delle cure e aumentato il degrado delle infrastrutture, in particolare al sud.

La responsabilità di questa situazione è dunque dello Stato o delle Regioni?

Con la riforma del titolo V della Costituzione, varata nel 2001, la responsabilità della tutela della salute è stata ripartita tra lo Stato e le Regioni: attualmente, lo Stato ha soltanto il compito di finanziare la sanità (attraverso il Fondo Sanitario Nazionale) e di determinare i livelli di assistenza che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, vigilando sulla loro effettiva erogazione; le Regioni, invece, sulla base dei fondi ricevuti programmano e gestiscono in piena autonomia la sanità nell’ambito territoriale di loro competenza, avvalendosi delle aziende sanitarie locali (Asl) e delle aziende ospedaliere.
In conclusione, la responsabilità delle disuguaglianze in ambito sanitario all’interno del nostro Paese va imputata alla gestione operata dalle singole Regioni dei fondi ricevuti dallo Stato, il quale avrebbe potuto comunque assolvere in maniera adeguata al proprio compito di vigilanza.

Antonio Pisani


Fonti:

*Referto al Parlamento sulla gestione finanziaria dei servizi sanitari regionali, Corte dei Conti 2019;

**Banca dati OCSE;

*** Corte dei Conti, Banca dati ISTAT;