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Un po’ di storia

Il fatto che Atene fosse la città dei processi, o meglio, una città malata di processi, ce lo mostra con tutta chiarezza Le Vespe di Aristofane: a giudizio del commediografo, tutto passava per i tribunali ateniesi in modo fin troppo disinvolto.

Con la riconquista del potere dai parte dei democratici nel 403 a.C., dopo l’efferatissima parentesi del governo dei Trenta Tiranni, ecco che si ripristinarono le istituzioni democratiche secondo il vecchio stile proposto da Clistene, tra cui l’Eliea, tribunale di 6000 giudici popolari, dal cui bacino si attingeva per scegliere, secondo un criterio di casualità, i 500 potenziali giurati che avrebbero partecipato ai processi.

La maggior parte della critica è convinta che la vicenda giudiziaria che vide coinvolto Socrate non sia stata null’altro se non un processo politico mascherato, i cui veri capi d’imputazione furono camuffati e le sorti già decise. Perché allora Socrate venne processato e condannato a 70 anni per qualcosa che aveva fatto tutta la vita? Perché solo nel 399 a.C. venne portato al cospetto di un tribunale?

Dopo la restaurazione della democrazia, Socrate era parso molto vicino a quegli ambienti che avevano danneggiato la democrazia: era infatti stato il maestro di Platone, di Crizia e di Alcibiade, i quali avevano gravitato nella cerchia dei Trenta. Secondo la communis opinio si sono trovate motivazioni non politiche e si è inscenato un processo farsesco con accuse capziose. Tuttavia il clima politico fu un fattore concomitante e non determinante.

Le accuse a Socrate

È importante non sottovalutare i tre capi d’imputazione come invece è stato ampiamente fatto; l’atto con cui Socrate fu citato in giudizio annoverava accuse dalla gravità inaudita e meno assurde di quanto una lunga tradizione si sia ostinata a far credere. Al processo, infatti, non fatti concreti commessi da Socrate furono posti sulla bilancia della giustizia, ma un intero sistema filosofico. Queste furono le accuse imputategli:

1) Ἀσέβεια (empietà): prima accusa, che secondo l’interpretazione comune, indicava il reato di non rispettare gli dèi cittadini o addirittura di negarli; un’accusa scottante, poiché mettere in dubbio gli dèi nel mondo antico significava disprezzare i protettori della città ed i garanti della prosperità di un’intera comunità;

2) Introduzione di nuove divinità: accusa che faceva esplicito riferimento al δαίμων, assimilabile ad una voce della coscienza che, stando a Platone, diceva a Socrate ciò che non dovesse fare, il che significava promuovere rituali esterni al culto in contrasto con quelli consueti;

3) Corruzione dei giovani: accusa che costituì una croce pesante sulle spalle di Socrate: non solo il filosofo era considerato l’educatore dei capi della rovina di Atene, Crizia ed Alcibiade sopra tutti, ma era ritenuto anche avere un deprecabile metodo, quello dell’ἔλεγχος, ovverosia la confutazione, la discussione razionale di ogni certezza, che demoliva una serie di convinzioni senza poi andare a proporre nulla di nuovo, trincerandosi dietro la formula del “So di non sapere”. Ma come poteva Atene, la città della bellezza e della sapienza, come recita l’Epitafio di Pericle, accettare una persona che le toglieva tutte le certezze, che metteva in crisi i valori tradizionali, che scardinava l’autorità degli avi agli occhi delle nuove generazioni?

Non deve restare inosservato il fatto che Socrate sia stato accusato da un poeta, da un politico e da un oratore: il pensiero socratico era in lizza non con una fazione politica, ma con tutti i tradizionalisti. Socrate non sembrava attaccare l’una o l’altra fazione, ma metteva in discussione un’intera città ed i suoi inoppugnabili valori.

Il processo

Il processo a carico di Socrate si rivelò tutt’altro che sommario, a dispetto della sua deplorata e conclamata ingiustizia in ogni luogo e tempo. In verità, tutto si svolse secondo norma sulla base del diritto attico, non fu il frutto di un sopruso, di un’isteria collettiva o del parere arbitrario e scriteriato di un singolo: tutti i passaggi istituzionali furono scrupolosamente rispettati, la legittimità dell’accusa fu verificata, i diritti dell’accusato di chiarire le proprie posizioni garantiti. Le procedute furono scandite con cronometrica precisione:

• in una prima fase si ascoltarono i discorsi per stabilire se Socrate fosse colpevole o meno: a turno, parlarono l’accusa e poi l’accusato, così da votare in seguito la condanna o l’assoluzione. In caso di assoluzione, l’accusatore poteva incorrere in una pena, a ulteriore conferma del fatto che il procedimento avesse un’impostazione garantista. Socrate fu condannato, ma di poco: 280 votarono per la condanna, 220 per l’assoluzione; l’accusa si guadagnò un vantaggio di soli 60 voti.

• la fase successiva avveniva solo nel caso di condanna: iniziava così un secondo giro di discussioni per stabilire l’entità della pena. L’accusa avrebbe proposto una pena, l’accusato un’altra, che di solito consisteva in un’ammenda pecuniaria o nell’esilio, e la giuria popolare si sarebbe pronunciata scegliendo tra quella proposta dall’accusatore e quella proposta dal condannato, senza la facoltà di optare per una terza via e determinare motu proprio una pena.  Socrate pronunciò un discorso che spostò gli equilibri: in luogo di una pena chiese un premio, quello di essere mantenuto a spese statali nel Pritaneo, privilegio riservato ai benefattori della città, o, al limite, si dichiarò disponibile al pagamento di una mina d’argento, quantità di denaro irrisoria. È solo a questo punto che il conflitto tra democrazia e filosofia risulta insanabile: 360 giudici votano per la condanna, solo 140 chiedono l’assoluzione.

Così, dopo il discorso di difesa, si giunge alla lettura della sentenza: Socrate è condannato a morte tramite assunzione del veleno.

La difesa

Come già è stato detto, Socrate ebbe la possibilità di chiarire la propria posizione senza alcun tipo di forzatura. Vediamo punto per punto le risposte date da Socrate, per quanto la testimonianza di Platone ce lo consenta, ai capi d’imputazione:

• per quanto riguarda l’ ἀσέβεια, Socrate in più punti si difese dall’accusa di non credere negli dèi, ma da nessuna parte disse di credere negli dèi di Atene: si riferì sempre ad un dio (“ὁ θεός”), senza mai definirlo in contorni netti.

• in merito all’introduzione di nuove divinità aggirò surrettiziamente l’accusa, dicendo che i demoni sono considerabili dèi o figli di dèi e quindi credere nei demoni e non negli dèi è tanto assurdo quanto credere nei muli, ma non nei cavalli e negli asini: in questo modo, non negò di credere nei δαίμονες, ma si preservò quantomeno dall’accusa di empietà;

• all’accusa di corruzione dei giovani rispose: “Io non sono mai stato maestro di nessuno: semplicemente non mi sono negato a chi, giovane o vecchio, desideri ascoltarmi mentre parlo” (1), evidenziando come non fosse lui ad irretire i giovani, ma fossero loro a seguirlo perché provavano gusto ad assistere alla confutazione dei finti sapienti.

Dando una lettura all’Apologia di Socrate, risulta con evidenza che Socrate assunse volutamente un tono provocatorio: la sua μεγαληγορία (“vanagloria nel parlare”), in tal senso, non gli fu molto giovevole; così come fu piuttosto rovinoso per lui sottolineare quanto i politici da lui interrogati fossero offuscati dalla presunzione di sapere. La qual cosa dovette irritare sommamente i democratici e lo θόρυβος (“il chiacchiericcio”) dei giurati e del pubblico accorso a processo ne sono la prova. È un dato di fatto che Socrate ebbe questo atteggiamento per amor di coerenza di quei princìpi su cui aveva fondato la propria vita e che non era pronto a rinnegare di fronte alla paura della morte.



Socrate politico

Socrate è una figura difficilmente incasellabile negli schemi tutti politici tra oligarchi e democratici che laceravano faziosamente l’Atene del V secolo. Frequentò innegabilmente aristocratici ateniesi ma rifuggì sempre dalla vita politica attiva, tranne nel caso in cui, volente o nolente, la sua tribù partecipava, per la durata di una pritanìa, ai lavori della Βουλή (“assemblea”) dei Cinquecento. Eppure, quasi paradossalmente, nel Gorgia, Platone definì Socrate l’unico politico che Atene avesse mai avuto, perché l’unico, con la sua ἀτοπία (“stranezza”), a cercare il dialogo, il confronto, a mettere in discussione i valori ereditati passivamente.

Tirare le somme

Nel discorso di commiato in tribunale successivo alla lettura della sentenza (per quanto ci risulta non previsto dalla prassi giudiziaria), Socrate rivolge a chi l’ha condannato una profezia minacciosa: “Subito dopo la mia morte vi colpirà una punizione assai più dura, per Zeus!, di quella inflitta a me con la condanna  a morte” (2) lasciando in corpo ai giudici la tesi secondo cui la sua condanna, a lungo termine, sarebbe risultata esiziale per la comunità ateniesi. Tutto questo è successo: tutti criticano Atene, nessuno critica Socrate. Anzi, è diventato modello di coscienza civile e di intellettuale libero: “Sancte Socrates, ora pro nobis” ebbe a dire Erasmo da Rotterdam nel XVI secolo. Atene, invece, è divenuta il simbolo di una città che non ha saputo accettare la sfida di un dissenziente e si è ripiegata su se stessa ed i propri pregiudizi. Socrate ha rivendicato di essere il tafano di quel grande cavallo che era Atene: l’ha punzecchiata per allontanarla da pregiudizi, da abitudini e da luoghi comuni; ma, si sa, il cavallo, appena può, schiaccia il tafano: infatti così successe.

Allora perché il cittadino migliore, il più giusto, il più savio, l’unico politico che Atene abbia mai avuto  ha perso la sua battaglia? È proprio a partire da questa domanda che Platone inizia a filosofeggiare ed è tale angoscia che permea dalla prima all’ultima pagina i suoi dialoghi. In realtà, la vicenda di questo processo è la storia di un doppio fallimento: quello della democrazia, incapace di ascoltare quel tafano che cercava di risvegliarla dal torpore dei suoi pregiudizi, ma forse anche il fallimento del filosofo, incapace di trovare le parole giuste per farsi comprendere.

Giulia Bedoni

Note

(1) Platone, Apologia di Socrate, 33a

(2) Platone, Apologia di Socrate, 39c

Bibliografia:

Bonazzi M., Processo a Socrate, Milano, Laterza, 2018