Silvia Redaelli

Silvia Redaelli

Leggi altri post di questo autore

Alla soglia della tanto agognata fase due, stiamo cercando di tirare le somme di questa situazione così unica nella sua drammaticità. Riflettiamo su come abbiamo investito il nostro tempo, su chi ci è mancato di più e chi meno, su cosa ci ha fatto soffrire e molto altro ancora. Noi vogliamo proporvi una riflessione più insolita, provando ad analizzare un aspetto che spesso viene percepito come trasparente perché mera forma, ma è in realtà sostanza fondamentale: il linguaggio.

Il linguaggio che usiamo ci aiuta, ci emoziona, trasforma una semplice esperienza in qualcosa di indimenticabile. Come sarebbe “La pioggia nel pineto” senza le sue vibranti allitterazioni e similitudini? E Martin Luther King senza “I have a dream”? Ulisse, invece, se privato della captatio benevolentiae non sarebbe mai tornato a Itaca. Il linguaggio è uno strumento magico, maestoso e potente. Benigni in “La tigre e la neve” lo descrive come il mezzo per far provare le proprie emozioni anche agli altri, in altre parole per commuovere. Questo termine deriva dal verbo latino “movere” e quindi significa mettere in movimento, agitare.

Una metafora virale

Durante la pandemia si è resa necessaria l’adozione di un linguaggio per mobilitare - “movere”, appunto - le persone a cambiare radicalmente il proprio stile di vita, incentivandole ad ottemperare alle ordinanze. Ecco allora che i governatori e i leader di diverse nazioni, dal presidente Conte che cita Churchill parlando di “ora più buia”, a Boris Johnson, Macron fino a Trump, hanno ritenuto particolarmente efficace l’uso di metafore belliche. Conseguentemente, abbiamo assistito al moltiplicarsi, su tutti i media, di espressioni che dipingevano la pandemia come una guerra in cui i medici erano gli eroi, gli ospedali trincee e l’economia sotto assedio. L’effetto della metafora si è amplificato anche grazie ad alcune reali analogie della situazione attuale con periodi di guerra, come per esempio la riconversione dell’economia oppure il bollettino giornaliero con la lista dei caduti. La metafora bellica rende il comando “stare a casa” più persuasivo, perché esplica la propria intenzione comunicativa energicamente, con forza, in modo tale da imprimersi facilmente nella mente del destinatario.

L’altra faccia della medaglia

Allo stesso tempo, l’uso del lessico bellico ha scatenato un ampio dibattito tra linguisti e psicologi perché, se è pur vero che può portare ad azioni auspicate, come quella di rimanere in casa, esso genera contemporaneamente degli effetti collaterali, in particolare sentimenti di panico e paura. Questi afferiscono alla nostra sfera più irrazionale, legata all’istinto di sopravvivenza che causa comportamenti come le razzie nei supermercati le cui foto sono ben impresse nella nostra memoria.

La metafora è infatti il trasferimento di un concetto da un segno (guerra) a un altro segno (pandemia) avente con il primo un tratto semantico comune detto tertium comparationis (le analogie descritte sopra), il quale non è esplicito ma viene compreso grazie ad un lavoro inferenziale del destinatario. L’interpretazione non è dunque univoca e può generare inferenze teoricamente non desiderate che portano a comportamenti altrettanto pericolosi. Infatti, il tempo di guerra è spesso segnato dalla legge marziale e dal sacrificio della libertà del singolo a favore dei “pieni poteri” di qualche carica istituzionale.

La guerra, questa sconosciuta

Tuttavia, è anche vero che le metafore possono essere più o meno efficaci a seconda del vissuto personale di ciascuno. Una persona che ha appena subito un lutto, ad esempio, si asterrà dall’usare espressioni del tipo “stanca morta”, perché l’insieme evocato da una così banale combinazione di aggettivi potrebbe essere estremamente doloroso. Oppure la concezione di “viralità”, cambiata radicalmente in questi ultimi mesi. Allo stesso modo, la guerra non appartiene all’esperienza di tutti ed è quindi percepita da molti come qualcosa di lontano, come un argomento ad alta soglia, conosciuto solo indirettamente e che riguarda altre parti del mondo. Viene dunque associato ad un concetto dai confini non definiti, una generica esperienza negativa che però non ci riguarda fino in fondo.

Infine, bisogna considerare che il linguaggio bellico rappresenta lo schema usuale di espressione per riferirsi alle epidemie. Già qualche anno fa si parlava di “guerra all’ebola”. Per questo motivo, la figura retorica potrebbe, da un lato, essersi, trasformata in una cosiddetta metafora lessicalizzata, cioè talmente utilizzata da perdere la sua efficacia, il suo potere comunicativo ed entrare quindi a far parte della lingua. Dall’altro, potrebbe essere diventata il modo socialmente organizzato di pensare, parlare e scrivere delle epidemie, con al suo interno un certo insieme di valori e sentimenti, come la paura, l’idea di tempo sospeso, lo stravolgimento della vita quotidiana, il sacrificio della libertà che influenzano quindi la nostra stessa visione della situazione. Infatti, in letteratura il discorso viene definito come “conglomerato di pratiche sociali, linguistiche e non linguistiche, che veicolano assunti ideologici”. In altre parole, il discorso è una modalità non solo per esprimere, ma per formare il pensiero: non è un caso che il presidente Trump si riferisca al coronavirus con l’espressione “virus cinese” o alle ondate migratorie parlando di “invasioni”.

Le parole, ogni parola ha un peso. Il newspeak di Orwell presupponeva la cancellazione di alcuni vocaboli per eliminare il concetto celato dietro ad essi e ancora oggi in Cina il termine “libertà” non può essere citato da nessun sito web. La consapevolezza nell’uso del linguaggio diventa essenziale per la comunicazione offline ma anche online, dove la diffusione di un linguaggio distruttivo, come avviene per l’hatespeech, non è rara.

Silvia Redaelli