Paolo Di Falco

Paolo Di Falco

Direttore del blog La Politica Del Popolo, scrivo per dare voce a chi non la può fare arrivare lontano. Viaggio ma di confini non ne ho mai visto uno, credo che esistano nella mente di alcune persone.

When the violence causes silence, We must be mistaken
(Quando la violenza causa silenzio, vuol dire che abbiamo sbagliato qualcosa)

In questi giorni i social media sono stati letteralmente invasi da sfondi blu, perché? Cercando qualche notizia in più si apprende che il blu era il colore preferito di uno tra i tanti ragazzi che sono stati ammazzati per le strade di Khartoum, capitale del Sudan. Non tutti sanno, dato che i mass media ne parlano pochissimo, che in Sudan è in atto un vero e proprio massacro della popolazione.

Per fare un'analisi di ciò che sta accadendo bisogna innanzitutto capire chi è che ha governato il Sudan per tutti questi anni. Il suo nome è Omar al-Bashir, un generale che conquistò il potere con un golpe nel 1989 rovesciando il primo ministro Sadiq al-Mahdi. Da allora il generale Bashir, oggi 75enne, ha controllato il Paese, spingendolo verso le dottrine dell'Islam e a dei rapporti con il terrorismo jihadista. Negli anni '90 aveva anche dato ospitalità a Osama bin Laden fin quando non venne espulso su pressione degli Stati Uniti. Omar inoltre censurò la stampa, sciolse il parlamento e si auto-nominò capo di Stato, primo ministro, capo delle forze armate e ministro della Difesa. La corte penale internazionale nel 2009 ha emesso un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l'umanità in Darfur.

Nonostante questo è stato rieletto alla guida del Sudan nelle consultazioni dell'aprile 2010, le prime multipartitiche, e nuovamente nell'aprile 2015 quando ha ottenuto uno schiacciante 94,5% dei voti. E' di fronte a queste situazioni che la nostra generazione smette di stare in silenzio, smette di subire soprusi e inizia a impegnarsi per cambiare non solo teoricamente ma anche praticamente la realtà in cui vive. Questa piccola fiamma di speranza per tutto il Sudan è Alaa Salah, 22 anni, studentessa di ingegneria dell’International University.

Alaa Salah

La foto-icona di questa sua protesta pacifica per avere le dimissioni del generale è quella che la raffigura in piedi sul tettuccio di un'automobile con un tobe bianco, associato tradizionalmente alle vesti da lavoro e oggi divenuto il simbolo di una nuova realtà, e con degli orecchini dorati, simbolo di femminilità e generalmente usati in occasione del matrimonio. E' incredibile la potenza della nostra generazione: se ci pensate un po' questa ragazza è riuscita a smuovere un'intera nazione e dopo mesi di proteste, iniziate lo scorso dicembre, l'11 aprile 2019 i militari hanno circondato l'edificio dove risiede il presidente dando il via a un colpo di Stato.

Secondo Al Arabiya, Al Bashir si è dimesso mentre l'esercito ha annunciato la formazione di un governo di transizione con la formazione di un consiglio ad interim guidato dal primo vice presidente Awad Ibn. Sembrerebbe una storia a lieto fine ma purtroppo non è così: infatti i militari che hanno preso il potere hanno iniziato una durissima repressione usando  bastonate e fucilate. Essi inoltre hanno anche bloccato l'accesso a internet per impedire agli attivisti di denunciare gli abusi.

Una giornalista italiana, Antonella Napoli, nel tentativo di denunciare pubblicamente quanto stava avvenendo in Sudan, era stata anche trattenuta e poi rilasciata lo scorso 9 gennaio. E' proprio lei che ci racconta le atrocità che in questi mesi, in questi giorni vengono commesse dai militari:          

I manifestanti nelle tende davanti al quartier generale dell’esercito sono stati colti di sorpresa. I primi sono stati picchiati picchiati a morte e gettati con dei pesi nel Nilo. Alcuni fatti a pezzi con machete. Altri bruciati vivi nei rifugi in cui passavano la notte per non lasciare il presidio. Poi sono iniziati gli spari. Chi ha provato a fuggire è stato rincorso fin negli ospedali. Le donne, prima di essere uccise, stuprate. Non solo le attiviste e le dottoresse che prestavano soccorso ai feriti ma anche le ‘signore del tè’ che erano lì solo per guadagnare qualche pounds sudanese.

Tutto questo sta avvenendo nel silenzio quasi totale dei mass media. Nessuna manifestazione a sostegno della gente che, da ormai parecchi messi, sta lottando per la propria libertà, per i propri diritti, per un governo democraticamente eletto, per dare una speranza alle prossime generazioni di vivere in un posto migliore.

Noi non possiamo fare altro che denunciare quello che sta avvenendo, sperando di interessare l'opinione pubblica e questa gente venga aiutata e soprattutto protetta da questo grande massacro, da questo clima di repressione attuato dai militari. Ci stringiamo al dolore di questa gente, al dolore dei padri e delle madri che magari hanno visto morire dinnanzi ai propri occhi i propri figli che avevano solamente la colpa di continuare a sognare un Paese migliore, un Paese dove a trionfare sia la pace e non la guerra, l'amore non la violenza.

La pace è un sogno, può diventare realtà… Ma per costruirla bisogna essere capaci di sognare.
Nelson Mandela



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