Millennials

Millennials

Leggi altri post di questo autore

Breve riflessione sul processo di sedimentazione culturale che ha portato ad identificare la figura del bandito prima con un territorio e poi con un intero popolo: chi e cosa ha favorito quest’associazione di concetti?

È assai facile imbattersi in stereotipi riguardanti comuni tratti psicologici, ancor prima che fisici, tra abitanti di una Nazione o addirittura di una specifica Regione o realtà territoriale. Contrapposta a questa semplicità vi è però la difficoltà di evitare che queste presunte caratteristiche particolari contribuiscano a falsare la percezione che si ha del reale, favorendo così la cristallizzazione di veri e propri pregiudizi. Ciò che interessa qui è analizzare brevemente quali siano queste distorte categorie di lettura, per poi in seguito soffermarsi su chi e cosa abbia favorito questa situazione. Sono solo gli osservatori esterni che partecipano a questo processo o anche gli “osservati” giocano un ruolo fondamentale nell’alimentare tali considerazioni?

(pre)Giudizi (s)Considerati

Era il 2016 quando sul quotidiano la Repubblica veniva pubblicato un articolo che raccontava una presunta serie di violenze subite da alcuni bambini di un asilo di Milano. L’estensore dell’articolo, Mario Calabresi, forse per esprimere in maniera chiara il suo disagio per la questione, osservò che tali scene si verificavano anche in altre importanti città italiane, e che il caso trattato non si fosse verificato nella “profonda Barbagia”; interpretando alla lettera le parole del giornalista, sembrerebbe che scene di abusi subiti da piccoli alunni si verifichino con maggior frequenza nei territori più interni e nascosti della Sardegna, ai quali si collega immediatamente il fenomeno violento del banditismo. Si potrebbe obiettare che in Barbagia il problema maggiore delle scuole sia l’elevato numero di strutture chiuse o irraggiungibili da gran parte della popolazione, non certo il fenomeno degli abusi…ma il problema è molto più profondo.

Sempre nel 2016, questa volta sul Corriere della Sera, Andrea Galli è autore di un articolo dal titolo “Cascinali e auto dei sindaci incendiati nella «Barbagia» dell’Alto lago”. L’articolo in questione raccontava di atti intimidatori subiti da diversi Primi Cittadini di differenti comunità lombarde situate nell’Alto Lario, e per giustificare il tenore del titolo si sosteneva la comunanza tra questa zona e la Barbagia, dato che in entrambi i casi “la forza fisica, il sistema mafioso, l’arroganza e l’ignavia di agire di nascosto” la fanno da padrone nel momento in cui si hanno da regolare conti rimasti in sospeso. Decisamente curioso l’inizio dello stesso articolo “E subito si offenderà la tanta brava gente dell’una e dell’altra parte”; sembra quasi che non sia in nessun modo criticabile l’identificare un’intera località con tali pratiche criminali…d’altronde uno stereotipo ha sempre un nucleo di verità, perché dubitare del racconto che da questo nucleo viene costruito e tramandato?

Ossessione per l’identità

Ma gli osservanti, coloro che visitarono l’Isola (già a partire dalla metà del 18° secolo), sono gli unici a riportare una realtà a senso unico di questo territorio? La domanda è lecita, soprattutto alla luce delle considerazioni fatte dall’antropologo Francesco Bachis nell’opera “Diversi da chi. Note su appartenenza e politiche dell’identità”: l’autore parlava di una sorta di ossessione per l’identità che egli ritrovava non solo in collane bibliografiche ma anche nella musica, nei progetti museali, nelle leggi regionali. Come Bachis ha notato, la Sardegna è sicuramente una delle Regioni italiane che hanno prodotto (e continuano a produrre) più “discorsi sull’identità”, discorsi che in terra sarda potrebbero anche essere interpretati come discorsi sulla “nazionalità”. I romanzi di Grazia Deledda sono da molti considerati come il filone letterario che ha dato inizio alla cementificazione del paragone totalizzante tra Sardegna e Barbagia, ma il Premio Nobel di Nuoro non è la sola a dover essere menzionata. Il “Viaggio in Sardegna” di Michela Murgia è da considerarsi come la consacrazione della Barbagia non solo come luogo fisico ma anche come luogo metaforico di appartenenza; nei romanzi di Salvatore Niffoi il mito del bandito è un tutt’uno con l’immagine di una Barbagia “tremenda e selvatica”. Tanti altri autori potrebbero essere citati, ma non solo: anche il dibattito sulla lingua sarda, ormai risalente a quasi 50 anni fa, attesta questo leitmotiv nella cultura e nella società isolana.

Bachis non fu però l’unico a rendersi conto di come la Sardegna fosse naturalmente associata alla “terra dei banditi”: prima di lui due figure si riveleranno fondamentali nel processo di studio ed osservazione dell’Isola nel secondo dopoguerra, ovvero l’avvocato nuorese Gonario Pinna e il giurista-filosofo Antonio Pigliaru. I due, tramite iniziative diverse, si occuperanno di denunciare il pregiudizio e la superficialità che caratterizzavano l’approccio della stampa (e non solo) nei confronti della Sardegna; Pigliaru fondò la rivista “Ichnusa” nel 1949, con l’intento di contrastare il c.d. esotismo magico che cingeva l’Isola, mentre Pinna si occupò nella sua rubrica “La Sardegna e il vasto mondo”, pubblicata per La Stampa nel ’49, di raccogliere le notizie che il giornalismo italiano ed estero riportava sulla terra sarda. Obiettivo di entrambi era evidenziare le storture che le lenti utilizzate dagli osservatori esterni alla situazione sarda producevano rispetto alla condizione reale. I due uomini erano mossi dalla volontà di spiegare le cause storiche e sociali del banditismo, non erano intenzionati a raccontarlo semplicemente perché consci che ciò avrebbe alimentato il (pre)giudizio. E per Pinna gli stessi politici, regionali e nazionali, non facevano che alimentare questa lettura.

Il bandito e la Costa Smeralda

Il (pre)giudizio di cui si discute, dunque, non sembra essere alimentato solo da chi osserva dall’esterno il territorio sardo ma troverebbe una sua dimensione “autoctona”. Il poeta Angelo Mundula ci offre da questo punto di vista una riflessione molto interessante, inserita nel 1981 nella rubrica “Tuttolibri” del quotidiano La Stampa. Mundula sostiene che l’archetipo del bandito fosse quasi un’invenzione, paragonabile a quella della Costa Smeralda (considerazioni simili a quelle dello scrittore Massimo Onofri nel suo libro “Passaggio in Sardegna”). Il sassarese evidenzia come la Regione sia rappresentata solo e soltanto come “oro dei banditie oro di Kharim Aga Khan. “Ma il vero oro è altrove” continua Mundula, per indicare che oltre alle costruzioni e agli stereotipi si deve avere il coraggio, i sardi per primi, di leggere tra le righe di un racconto assai diffuso ma che non riflette l’essenza dell’Isola, né tanto meno la sua storia più affascinante: è un modo di intendere la realtà che risulta preconfezionato, non vuole ricercare i motivi ma solo accentuare il diverso per renderlo grottesco e capace di stupire.

Forse se oltreoceano nel 1963 il New Yorker rappresentava la Sardegna piazzando sulla mappa pochissimi paesi tra cui Nuoro, Orgosolo e Orani il vero cuore del problema risiede in ciò che si è capaci di comunicare all’esterno; gli osservati non hanno guardato sé stessi a sufficienza o, al contrario, si sono concentrati esclusivamente su una propria caratteristica divenendo incapaci di raffigurare un popolo e le bellezze senza tempo di cui questo dispone?

Giuseppe Laurenza