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Immuni è l’app che permetterà di aiutare a identificare individui potenzialmente infetti prima che emergano i sintomi, impedendo la trasmissione successiva dai casi secondari anticipando il contagio.

Come funziona?


L’app funziona tramite il Bluetooth, scelta non casuale in quanto non traccia i movimenti degli utenti, cosa che invece fa il GPS. Essa si divide in due parti: una dedicata al tracciamento e l’altra al cosiddetto “diario clinico” in cui l’utente può annotare i dati relativi alle proprie condizioni di salute. L’app, garantendo la privacy tramite tramite un ID anonimo, permette di stabilire con quali altri utenti si è entrati a contatto, a che distanza e per quanto tempo. Una volta che l’app Immuni segnalerà la positività di un caso al coronavirus, gli operatori sanitari saranno autorizzati a far scattare l’avviso a tutti coloro che sono stati a contatto nei giorni precedenti con il caso positivo. Il cittadino, una volta avvertito, si dovrà comportare come previsto dai decreti già vigenti avvertendo il medico di base che chiederà il tampone.
Giuseppe Conte, durante l’audizione alla Camera e al Senato del 21 aprile 2020, ha fugato tutti i dubbi: “Il tracciamento è necessario per evitare la diffusione del virus, ma il suo utilizzo sarà su base volontaria e non ci saranno limitazioni per chi non la scarica“. L’app è stata sviluppata gratuitamente dalla società milanese Bending Spoons, specializzata in app ludiche.

Dove andranno a finire i dati raccolti da Immuni?


La questione dati è spinosa, ci sono due scuole di pensiero: c'è chi crede che, nel caso in cui venga appurato tramite tampone che il titolare di un dispositivo è infetto, sia meglio inviare ad un server centrale tutti i dati raccolti dalla app di contact tracing (il modello centralizzato); altri, invece, ritengono sia meglio che i dati restino sul dispositivo dell'utente e che al server centrale siano inviate solo le informazioni strettamente necessarie per mandare l'avviso a tutti i dispositivi "incontrati" in una determinata finestra spazio-temporale. Il primo metodo sembrerebbe quello adottato da Bending Spoons per Immuni, su richiesta del Governo italiano. Il secondo metodo è quello che era stato proposto da Google ed Apple. Da quanto è noto al momento, infatti, i dati raccolti da Immuni resteranno nello smartphone finché non sarà rilevato il rischio di un contagio: in tal caso, previa autorizzazione dell’utente, le informazioni verranno caricate tutte insieme (compresa la lista degli ID con cui è venuto in contatto il dispositivo) su un server ed elaborate per avvertire i possibili contagiati.

Questione privacy


La App per il contact tracing risponderà a due requisiti fondamentali: la sicurezza e la privacy. I dati anagrafici e sanitari dei cittadini dovranno essere conservati su una “infrastruttura pubblica e italiana”. Il Commissario Straordinario per l’emergenza coronavirus, dott. Arcuri, nelle varie conferenze stampa, ha dichiarato che l’app Immuni garantirà il rispetto della privacy, il rispetto dei requisiti di sicurezza e l’installazione sarà su base volontaria. Il Garante della Privacy non ha ancora visionato e in un suo articolo su Agenda Digitale Antonello Soro si dimostra consapevole del rischio di derive anti-democratiche che si nascondono dietro alle misure di controllo. Tali derive devono essere evitate garantendo «proporzionalità, lungimiranza e ragionevolezza dell’intervento, oltre che naturalmente [la] sua temporaneità». Come affermato dal Garante Privacy, il diritto dell’interessato è un «architrave del sistema di protezione dei dati personali costruito dalla Direttiva sulle orme della Convenzione n. 108 e, poi, transitato in tutte le leggi nazionali di attuazione». Nello specifico, il GDPR (la normativa a garanzia della privacy a livello europeo) ha rivolto l’attenzione alla tutela dell’interessato rafforzando diritti e poteri di controllo già previsti dal nostro Codice Privacy e introducendone nuovi come il diritto all’oblio. L’Unione europea ha dettato delle regole ben precise per poter dare avvio alle applicazioni che monitorano i contatti fra cittadini e che quindi sono in grado di ricostruire e risalire agli eventuali contatti avuti. Il presupposto fondamentale è il rispetto della normativa in tema di privacy così cara all’Unione Europea e che ha ricevuto una definitiva disciplina con il GDPR e che i sistemi digitali vengano realizzati attraverso la collaborazione con le autorità sanitarie. L’installazione deve inoltre avvenire su base volontaria essendo impensabile, per le ragioni su esposte, un tracciamento obbligatorio dei movimenti dei cittadini da parte dei governi.
I dati, inoltre, devono essere anonimi così da impedire di risalire all’identità delle persone e devono funzionare non solo in territorio nazionale, ma essere funzionanti anche nei territori degli altri Stati membri dell’Ue. È da preferire l’impiego di strumenti invasivi il meno possibile della riservatezza dei cittadini così quindi da scartare l’idea di una geolocalizzazione e prediligere il tracciamento mediante bluetooth. È giusto che vengano adottate tecnologie innovative. I cittadini, però, come per qualsiasi nuova tecnologia, devono avere fiducia nel fatto che venga utilizzata in modo equo e proporzionato. Il GDPR non ostacola un uso innovativo dei dati personali in un’emergenza di sanità pubblica, utilizzando applicazioni di tracciamento dei contatti, purché vengano applicati i principi di trasparenza, equità e proporzionalità. Il sistema di tracciamento dei contatti e il monitoraggio della posizione potrebbero aiutare a combattere la pandemia. Tutti noi speriamo che la tecnologia possa aiutare a combattere questo male e a capire meglio come la società stia rispondendo alle misure di isolamento e per avvisare le persone che potrebbero essere state in contatto con il virus.

Antonella Consoli