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Di Giovanni Odone

Il 25 gennaio del 2011 iniziava la Rivoluzione del Nilo, una di quelle tante proteste che fu parte delle Primavere arabe. Ma in Italia, questa data assume un significato ancora più importante e sicuramente più vicino al cuore di tanti.

Era il venticinquesimo giorno del 2016, quando il ricercatore Giulio Regeni venne rapito e successivamente torturato brutalmente. Ancora oggi il Governo di Al-Sisi continua a non collaborare, evitando di rispondere concretamente alle richieste della procura di Roma e cercando di distogliere l’attenzione da questo problema.

Le relazioni diplomatiche tra il nostro paese e il Cairo continuano ad essere molto ambigue, così come il comportamento del nostro esecutivo. Se il presidente della camera dei deputati, Roberto Fico, ha una posizione schierata per la “causa Regeni”, il ministro degli Interni, Matteo Salvini, liquida il caso come un affare esclusivamente famigliare. L’Italia ha però un grande interesse economico nell’Egitto di Al Sisi, sopratutto dopo che Eni ha scoperto il più grande giacimento di gas in tutto il mediterraneo, che si trova proprio all’interno dei territori egiziani.

Intanto la famiglia di Giulio continua a non scoprire gli assassini e i mandanti dell’omicidio di suo figlio. È quindi dovere del Governo italiano intraprendere una linea coerente, per porsi con fermezza e decisione nei confronti del Cairo.

La politica estera è una cosa seria e anche se non fa fare tanti likes su Instagram, i cittadini devono essere informati e sapere la verità.