Millennials

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Di Chiara B.

Nella logica democratica valgono due assunti:

  • Potenzialmente posso dire ciò che credo, anche credendo il falso, purché la mia espressione sia libera
  • Potenzialmente puoi credere a ciò che dico, anche credendo il falso, purché il tuo credo sia libero.

Il tutto entro il limite della libertà altrui e purché non sia offensivo, lesivo o in qualche modo nocivo per altri individui.

Disinformazione diventa un termine duplice: da un lato arma, dall’altro scudo. Come tutti gli strumenti, posso utilizzarla con scopi malevoli e posso denunciarla per difendere un assunto, una proposta, una posizione, acclamata o meno che sia.

Certo è che il ‹‹tema delle Fake News›› rientra anche nel campo dell’opinione, dell’etica e quindi della coscienza che possiedo di come approccio i fenomeni.

Le Fake News sono sempre esistite: nel tempo si sono chiamati “ciaccole” (in veneziano), pettegolezzi, rumors (Goldoni docet). Siamo, dunque, solo all’inizio di un nuovo, ma antico, confronto aperto sugli intrecci che legano notizia, dati, tecnologia e democrazia. Come è chiaro nell’analisi di Fabio Chiusi del rapporto della Commissione Europea – che condivido parzialmente -, assodato che si  rendono necessarie maggior trasparenza, maggior educazione, ricorsività del dato e una certa perplessità sui sistemi di filtraggio, nello spaesamento generale che oscilla fra buon senso e tendenza normativa, ci sono alcuni postulati da tenere a mente – ancora in modo un po’ randomico:

  1. La società della connettività e del digitale lascia poco spazio all’approfondimento a vantaggio del sensazionalismo. L’attrattività e la popolarità della notizia, quindi la capacità di convogliare “utenti”, diventano più importanti del contenuto stesso (ndr questo accade in particolare per i limiti imposti dalle piattaforme, come ad esempio i 240 caratteri di Twitter);
  2. I nuovi sistemi di comunicazione digitale creano un mix letale sempre meno identificabile fra espressione, influenza, e scopi di marketing. In questo modo, la forma spesso non coincide con la sostanza e dietro a uno “sfogo privato” di una apparente “delusione” o “protesta”, può nascondersi una strategia di annientamento mediatico, supportato anche economicamente. (ndr siamo sicuri che un hater agisca per la sola rivendicazione personale e non sia un vero e proprio lavoro al pari di un influencer?).
  3. La ragionevolezza non sta sempre nella affidabilità della fonte. Il fattore F (non all’italiana) individuato da Philip Kotler (friends, family, Facebook fans, Twitter followers) che pone al centro di una qualsiasi reputazione il valore attribuito dalle persone più che non i messaggi che organizzazioni ed esponenti stessi cercano di inviare al proprio pubblico, crea polarizzazioni che si basano più sul bisogno di fiducia che non sulla analisi della realtà dei fatti. D’altra parte, nell’era in cui il digitale impone una ulteriore riduzione del materiale, il social diventa la piazza pubblica “narrata” e priva degli aspetti rilevanti della comunicazione non verbale. Che si dica il vero o il falso, solo l’atteggiamento ce lo dice, atteggiamento che rimane avvolto nel mistero quando la valutazione è lasciata a un lettore* (ndr se oggi scrivessi che sono a conoscenza del fatto che il figlio del parlamentare X è stato raccomandato e guadagna TOT i miei familiari, gli amici, le persone che mi stimano anche professionalmente sarebbero così propensi a mettere in discussione la mia dichiarazione?).
  4. Come in tutte le cose, il diritto ad essere informati vale nella produzione, nel contrasto ma anche e soprattutto nella prevenzione. Non esiste, ad oggi, una vera e propria “messa in guardia” da parte delle lobby del BigTech che renda chiaro a chi fruisce dei contenuti i limiti riguardanti la possibilità di trovare disinformazione e contemporaneamente i rischi che un’eccessiva esposizione ad essi può comportare. Ovvero: ‹‹Sono sì “solo” un canale di diffusione, ma non me ne assumo le responsabilità››.
  5. Sempre Kotler, parlando di democrazia e marketing, ha ragione di dire che la “impopolarità” non va temuta; specie nella dimensione del web dove il commento è immediato, esisterà sempre “un esercito di appassionati pronti a difendere” questo o quel soggetto nel mondo digitale.
  6. Le istituzioni rischiano un cortocircuito democratico, in parte già individuato nella relazione della Commissione Europea che preferisce non ricorrere al termine Fake News; identificare un fenomeno con un problema significa accentuare aspetti di allarmismo e di paura che non consentono di fare chiarezza e, semmai, trovarne la giusta collocazione.
  7. La dilagante disinformazione è anche una conseguenza non secondario dell’imperfezione della democrazia secondo il presupposto della inclusività. Chiunque, senza sapere se ne abbia le capacità o meno, può dare seguito da un pensiero a una vera strutture di potere orizzontale. È chiaro uno slittamento verso forme di potere collettivo, quindi orizzontale.

Una risposta sulla lotta alla disinformazione che non siano le impostazioni date dalla Commissione Europea per un avvio ai lavori, non la trovo. Pare prematuro aggiungere soluzioni che potrebbero sfociare in censura, mania da sondaggio o fobia.

Certo è che solo mantenendo la società aperta si può limitare l’azione sotterranea e indisturbata di possibili tendenze “dittatoriali”. La società aperta fa di tutto per mantenere i fenomeni alla luce del sole, e in questo modo – giusti o sbagliati che siano –  li rende accessibili, passibili di analisi e aggiustamenti. Una grossa perdita sarebbe, invece, non rendere merito alle nuove tecnologie di contribuire in modo più che significativo alla divulgazione.

Di conseguenza, in un solo punto mi sento di fornire una risposta ovvia ma mai prima d’ora irrinunciabile. La grande conquista dell’epoca 4.0 sta nella possibilità di un incessante e istantaneo accesso all’informazione e nella facilità di instaurare processi partecipativi. Dovrebbe diventare un postulato agli assunti della democrazia, e di conseguenza un diritto, da esercitare per chi ce l’ha e da tutelare per chi non l’ha (ancora) conquistato.