Riccardo Boiani

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L’Europa si avvia alla grande sfida contro il coronavirus. Per il vecchio continente è il momento dell’emergenza e degli aiuti straordinari ma anche di un ripensamento dell’Unione e di come sarà domani, quando tutto sarà finito. Abbiamo raccolto l’opinione di Andrea Bignami, giornalista, autore e conduttore di Sky TG 24 Economia, su quanto sta avvenendo, sulle contromisure già adottate e su quello che si potrebbe ancora fare.

Bignami, ormai è chiaro, siamo sempre più vicini ad una crisi fortissima scaturita da un shock di domanda e offerta a seguito dell’emergenza Covid-19: secondo Lei, la recessione che affronteremo sarà più o meno forte rispetto a quella avvenuta in seguito al fallimento di Lehman Brothers?

"Purtroppo è molto complicato rispondere. Confrontandomi con diversi colleghi economisti ed osservando le situazioni estere credo che sarà più grave. Lo stop completo dell’economia (in particolare della produzione) avvenuto in questi giorni, se prolungato per un determinato periodo di tempo porterà seri danni. Su questo punto quindi io sarei purtroppo pessimista. D’altro canto però, a differenza di quanto accadde in seguito alla crisi del 2008, credo e spero che il tempo di ripresa sarà minore. Senza essere troppo ottimisti, dovremmo avere una curva ad U, con un’auspicabile ripresa di consumi e produzione. Tutto questo dovrà però essere sostenuto da importanti politiche di stampo keynesiano, con una forte immissione di aiuti europei nel sistema. Sicuramente si porrà il problema del debito che ogni stato dovrà sostenere, in particolare l’Italia che ha un fardello importante, ma a quel punto si tratterà di una situazione mondiale e pertanto la soluzione dovrà essere presa di comune accordo".

Parlando di Europa, in questi ultimi giorni si sente e si legge molto degli aiuti emanati dalla BCE.  Prima i 120 miliardi di QE, che salgono a 750 se si include anche l’acquisto di commercial papers e si applica la flessibilità all’acquisto di titoli di stato: crede sia abbastanza? O l’opzione degli Eurobond potrebbe essere uno step ulteriore?

"Prima di rispondere bisogna fare una premessa. In Europa abbiamo Paesi virtuosi come Germania, Olanda, in generale Paesi del nord che sono tutt’altro che inclini ad emettere un debito europeo visto la loro economia piuttosto rigorosa degli ultimi anni. Mi permetto di dire però che l’Italia non è più la “cicala” che si potrebbe pensare: i nostri bilanci da anni sono decisamente in riga con le direttive europee. Inoltre, persino i cosiddetti “falchi tedeschi” sanno che l’Europa non può permettersi una crisi dei Paesi più deboli: è sufficiente pensare alle aziende che intervengono nel comparto automobilistico tedesco presenti nel nostro Paese.  Detto ciò, trovo che le manovre della BCE siano state giuste, in linea con quelle delle altre banche centrali. Il nuovo QE non lo trovo però così eclatante rispetto al passato: la cifra si allinea alle manovre fatte da Mario Draghi nella parte centrale della sua presidenza. La novità interessante è la flessibilità data alla BCE di poter anticipare l’acquisto di titoli di un Paese in difficoltà, ritardando così quello degli altri. Questo è senz’altro positivo ma bisogna vedere quanto durerà. Per gli Eurobond la situazione mi sembra invece davvero complicata: convincere i Paesi più virtuosi ad assumersi il rischio di un debito europeo dal quale sarebbero più garanti che beneficiari è un’impresa ardua".

Una cosa però è certa: queste ultime due crisi hanno dimostrato una forte dipendenza degli Stati alle manovre delle banche centrali. Pensiamo ai vari salvataggi della FED nel biennio 2008-09 e ai tassi quasi a zero della BCE: non trova che i governi pecchino un po' di forza sulle politiche fiscali? Detto in modo accademico, non siamo ormai in una trappola della liquidità?

"In realtà per ora non rischiamo di cadere in una trappola della liquidità. È vero, abbiamo una decrescita, però non siamo in deflazione. Ricordiamoci cosa successe al Giappone nella sua crisi più recente: in quella situazione difficile il Paese si trovò in una situazione di decrescita e contemporaneamente di deflazione ma riuscì comunque ad uscirne. È vero che gli Stati hanno sempre più bisogno di sostegno da parte delle banche centrali ma ormai stiamo parlando di economia mondiale e globalizzata. Prendiamo per esempio l’Europa: per avere effettivamente politiche fiscali importanti la prima cosa da fare è adottarne una comune, con una strategia definita. Il problema però, come detto prima, è sempre la differenza di debito tra i vari Stati ed è proprio questo che rende più difficile anche il discorso degli Eurobond".

Data la mancanza di politica fiscale comune come dice Lei, trova allora utile proporre manovre come il cosiddetto “helicopter money”, cioè provare ad immettere denaro nelle tasche dei cittadini per cercare di sostenere la domanda? O forse sarebbe più utile utilizzare misure che prevedono un moltiplicatore più alto?

"Una cosa certa, in mezzo a tanta incertezza, è che il sistema ha bisogno di liquidità affinchè la domanda possa avere uno stimolo, soprattutto quando l’economia tornerà a produrre. Il timore che corre tra i vari governi è legato proprio all’incertezza sulla durata di questo stimolo. Io personalmente non ho mai sostenuto il reddito di cittadinanza ma credo che ora vada sostenuto per sostenere la domanda. In tempi normali parleremmo di una riduzione delle imposte per allentare la presa sul cittadino più che di “lanciare denaro”. Ricordiamoci però che le tasse pagate stanno tenendo in piedi il sistema sanitario, il quale nonostante i tagli sta facendo miracoli. La svolta deve arrivare da uno stimolo europeo forte, capace di dare l’opportunità all’Italia di avviare opere pubbliche funzionanti per rilanciare l’economia del paese".

La BCE, come detto prima, ha lanciato un piano importante e si è esposta molto: se tutto ciò non dovesse bastare, sarebbe plausibile ricorrere all’OMT (outright monetary  transactions), quindi alla compravendita di titoli di Stato illimitati, o anche utilizzare il MES?

"Stiamo parlando sempre di una forte liquidità immessa nel sistema. La polemica che si è sollevata in questi giorni sul MES riguarda più di tutto le sue regole molto rigide: tutti si ricordano molto bene le fortissime imposizioni alle quali la Grecia dovette sottostare nel 2011, la cosiddetta “troika”, per via del suo salvataggio da parte dei vari Stati europei. Il MES impone una forte riduzione del debito pubblico, e ricordiamo che oggi l’Italia ha un rapporto debito/pil del 134%, il terzo più alto al mondo. Nonostante questo, di recente l’Italia ha dimostrato di meritarsi la fiducia avendo intrapreso un “sentiero stretto” (citando l’ex ministro all’economia Pier Carlo Padoan), cioè muovendosi tra un debito molto alto e il tentativo di crescere economicamente. Difficile ma non impossibile. Tuttavia il MES potrebbe essere applicato senza avere forti pretese da parte dei Paesi più rigorosi, date le condizioni straordinarie odierne nella quali si trova il mondo intero, non soltanto l’Europa".

La FED ha però appena lanciato un QE illimitato, così da immettere una enorme liquidità: un piano gigantesco, non crede che ci sia troppo timore in Europa nell’agire?

"Detto molto francamente non credo. È vero, il piano lanciato dalla Fed è considerevole ma come cifra complessiva la BCE non gli va affatto lontano sul piano della liquidità totale. La grande differenza tra Italia e gli USA è la politica fiscale: Obama durante la crisi del 2008 fece un enorme deficit, circa l’11%, ma attuò anche un importante piano di nazionalizzazione di molte aziende per poi rivenderle ad un prezzo maggiore; in Italia, invece, il discorso sulla nazionalizzazione è molto più delicato. Quando è stato attuato, le aziende comprate dallo Stato sono state vendute ad un prezzo decisamente più basso o addirittura in alcuni casi invendute, aggravando cosi i bilanci statali".

Riccardo Boiani