Margherita Della Penna

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Di recente diversi detenuti, tra cui alcuni boss mafiosi, dai 70 anni in su e con patologie gravi sono stati scarcerati e mandati ai domiciliari per diminuire i rischi di contrarre il Coronavirus: dopo le forti polemiche il Guardasigilli Alfonso Bonafede ha quindi proposto un ulteriore decreto legge, approvato dal Quirinale nella notte tra il 9 e il 10 maggio, per fissare nuove regole sulle scarcerazioni.

Caso scarcerazioni: il primo decreto

Attraverso il decreto presentato dal DAP (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) il 21 marzo scorso, tutti i direttori delle carceri sono stati sollecitati a “comunicare con solerzia all’autorità giudiziaria” i nominativi dei detenuti anziani la cui condizione di salute rientra nelle nove patologie definite particolarmente a rischio dall’amministrazione sanitaria. 3 dei 376 detenuti scarcerati, ovvero Francesco Bonura (boss di Cosa Nostra), Vincenzino Iannazzo (ritenuto esponente della ‘ndrangheta) ma anche Pasquale Zagaria (fratello di Michele Zagaria), sono quindi usciti dal regime detentivo del 41bis a causa delle proprie condizioni di salute considerate incompatibili con il sistema carcerario.

Garantire la salute del detenuto, qualsiasi detenuto, è fondamentale ed è in primis un atto di antimafia in sè: nelle carceri in cui i diritti non sono rispettati la mafia si infiltra più facilmente. Essere protetto, ricevere pacchi, avere una cella migliore diventano concessioni dei boss. Ciò non vuol dire però permetterne la scarcerazione, anzi: le condizioni precarie di salute vanno curate, in sicurezza, in altre strutture. Si facciano i tamponi e si prendano tutte le misure necessarie, compreso il ricovero negli ospedali, correttamente controllati dalle forze dell’ordine. Chiudere le porte del 41bis significa anche evitare l’ipotesi dell’utilizzo della situazione di emergenza Covid19 come pretesto per dare corso finale alla trattativa Stato-Mafia.

Queste decisioni sono state prontamente condannate sia dai giornali, che hanno dedicato titoli quali «boss della criminalità organizzata che, nelle pieghe dell’emergenza, trovano lo spiraglio per uscire dal carcere», che dalla politica stessa, che ha definito i provvedimenti della magistratura di sorveglianza «inaccettabili e folli, una vergogna per l’Italia». La situazione ha inotre fatto riemergere un episodio poco conosciuto, che resta ancora dubbio e pericolosamente incerto: nel 2018 il Ministro della giustizia Alfonso Bonafede aveva personalmente nominato responsabile del DAP il magistrato Nino Di Matteo: a poche ore da tale decisione però, il Guardasigilli ha improvvisamente revocato la sua decisione. Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha definito Di Matteo come "una figura che rappresentava in modo plastico, simbolico ed esemplare chi dall'interno dello Stato ha investigato sulle sue deviazioni. La lotta alle mafie si basa su fatti, ma anche sul simbolismo. È chiaro che figure come Di Matteo rompono equilibri, sono ingombranti, danno fastidio". Si è resa quindi necessaria una risposta chiara e definita da parte del Ministro della Giustizia.

Il decreto del CdM per il ritorno in carcere dei boss mafiosi

Il Consiglio dei Ministri, riunitosi in tutta fretta il 9 maggio scorso per discutere del precedente decreto scarcerazioni, ha approvato il nuovo protocollo che fissa le attuali regole per le scarcerazioni.

Diviso in tre articoli, il nuovo decreto si basa sulle “misure urgenti sulla detenzione domiciliare e il differimento della pena per motivi connessi all’emergenza Covid”. Il testo stabilisce che per i condannati per terrorismo o mafia e per tutti i reati legati ad associazioni mafiose e per quelli che si trovano al 41 bis che sono stati ammessi ai domiciliari “il magistrato valuta la permanenza dei motivi legati all’emergenza sanitaria entro il termine di 15 giorni dall’adozione del provvedimenti, e successivamente con cadenza mensile”. La valutazione, dice ancora il decreto, viene fatta “immediatamente” , quindi anche prima dei 15 giorni, se il Dap comunica “la disponibilità di strutture penitenziarie o di reparti di medicina protetta adeguati alle condizioni di salute del detenuto”. È questo il rapido dietrofront di Bonafede, seguito però da notizie rassicuranti: il numero dei boss effettivamente scarcerati sembra essere inferiore al previsto, ad esempio il boss della camorra di Casal di Principe Pasquale Zagaria dovrebbe a breve tornare in carcere nello spazio di medicina protetto a Viterbo (la decisione sarà presa il 22 maggio prossimo).

Resta però centrale il nodo Di Matteo: la sua nomina mancata porta molti a pensare a un messaggio dello Stato di non voler porre al centro della sua azione la lotta alle mafie.

Lotta alla mafia 4.0

Follow the money, segui i soldi, diceva Giovanni Falcone, quando intuì che per combattere Cosa Nostra occorreva mettersi sulle tracce dei soldi dei mafiosi. Nella situazione di emergenza in cui ci troviamo è ancora più indispensabile cercare di bloccare da subito la criminalità organizzata, soprattutto per evitare che siano loro a gestire la ripresa. Lo Stato è lento, la burocrazia ancora di più, ma in modo particolare l'erogazione dei soldi ai cittadini italiani. Dove non arriverà lo Stato, infatti, arriverà la mafia. Perchè? Semplice. Quando hai bisogno di soldi per acquistare cibo, farmaci o qualsiasi altra cosa, non ti interessa da dove provengano. In questo periodo la mafia sta avendo a che fare con milioni di cittadini in difficoltà, che rischiano di chiudere le loro attività: è qui che si inserisce, prestando i capitali per permettere ai piccoli proprietari di riaprire. Follow the money. Molti pensano che la mafia, quella combattuta da Falcone e Borsellino, sia ormai scomparsa, perchè non si sente quasi più parlare di azioni violente: quella di oggi è una mafia che tratta con lo Stato, non è affatto scomparsa anzi è sempre un passo più avanti, inserita nella macchina burocratica; una mafia 4.0, che rischia, in questa situazione, di prendere il sopravvento sulle istituzioni.

Margherita Della Penna