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L’odio al tempo dei social

Negli ultimi decenni abbiamo assistito all’irrompere e allo sviluppo vertiginoso delle applicazioni delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che stanno modificando sia la vita privata che quella pubblica, consentendo forme inedite, immediate, allargata di partecipazione. La nuova agorà globale ha creato l’illusione di un nuovo spazio comunicativo completamente libero, favorendo il contatto senza mediazioni dei leader politici con la propria base elettorale. Chiunque usi i social network si è imbattuto almeno una volta in un hate speech, l’odio verbale che rappresenta ormai una realtà che non si limita alla dimensione virtuale ma che ha conseguenze nella “vita vera”, quella di tutti i giorni che dovrebbe restare ben distaccata dai social network. La rete si sta trasformando in un campo di battaglia dove sono ammessi anche i colpi bassi, scorretti, improntati alla violenza e all'odio, facendo cessare ogni possibilità di confronto e troncando il dialogo. «La spinta a denigrare l’altro esiste da sempre» dice Giovanni Ziccardi, docente di informatica giuridica all’università Statale di Milano. «Oggi, però, non si aggredisce più solo per motivi politici, religiosi o razziali, ma anche per cose banali come l’elezione di miss Italia. Siamo tutti potenziali vittime: la rete amplifica e veicola la violenza verbale a fasce più ampie di individui. E la rende persistente: una campagna di odio online resta per sempre, pronta a riemergere quando l’evento torna di attualità» (1)

L’hate speech: una categoria in espansione

Il termine hate speech non può essere definito in modo troppo specifico, perché, al contrario, ha dei contenuti molto ampi in relazione ai differenti contesti sociali e ideologici nei quali si esprime. L’hate speech è una forma di odio che va a colpire le minoranze etniche: si pensi che il termine hate speech venne coniato negli anni ’20, periodo storico-sociale contraddistinto da una forte teorizzazione pseudoscientifica della superiorità razziale e dal trionfo politico di movimenti nazionalisti e razzisti. Contestualmente, però, lo stesso momento storico è ricordato per la diffusione delle prime teorie antirazziste dalle quali, appunto, nasce il termine hate speech. I primi studi in materia di hate speech online, invece, sono stati pubblicati negli Stati Uniti d’America nel 1999. Questi studi evidenziavano, soprattutto, la possibilità degli utenti di utilizzare internet al fine di far circolare discorsi d’odio e di incitamento alla violenza. Inoltre, appariva già chiaro che il tradizionale approccio ad una giurisdizione “fisica” (intesa come limitata territorialmente) era destinato a decadere vista la natura virtuale e senza confini dei contenuti online. La possibilità di difendersi dall’hate speech diveniva improvvisamente difficile, se non impossibile. Circa un quinto dei messaggi sui social rischia di essere offensivo soprattutto nei confronti delle donne che sono sempre più spesso attaccate sui social media. L’odio in rete scorre inesorabilmente. Basta pensare agli attacchi sessisti rivolti alla Ministra Teresa Bellanova per il suo titolo di studio, per il suo abbigliamento al giuramento al Quirinale e per le lacrime; agli insulti antisemiti e alle minacce nei confronti di Liliana Segre, sopravvissuta agli orrori dei campi di sterminio, ora costretta a muoversi sotto scorta; a Lucia Annibali, avvocatessa e parlamentare della Repubblica, un utente ha inneggiato all’ex fidanzato che l’ha sfigurata con l’acido; a Giovanna Botteri attaccata per l’aspetto esteriore. L’ultima vittima è Silvia Romano, messa alla gogna dei social per essersi convertita all’Islam. Tutto ciò non deve lasciarci indifferenti: dietro un post, un commento virtuale c’è una persona reale, le cui parole hanno delle conseguenze, tutto ciò che si scrive può essere un’arma o una carezza sta a noi scegliere. Per contrastare questo fenomeno dilagante è fondamentale che vi sia una regolamentazione dei social network che dovrebbero essere in grado di rimuovere immediatamente video, foto e commenti che possono danneggiare una persona. Inoltre, bisogna lavorare sull'educazione organizzando programmi di educazione interculturale e di convivenza civile.

Il rapporto tra democrazia e hate speech

La questione del rapporto tra la libertà di espressione e l’hate speech non può essere risolta in modo definitivo e soddisfacente, ed il tentativo di assegnare una posizione normativa univoca e netta all’azione di contrasto all’hate speech si rivelerebbe un errore. Infatti la libertà di espressione rappresenta un principio fondamentale della tradizione democratica occidentale, dello sviluppo e del progresso. Beninteso, anche la libertà di espressione deve trovare un limite nell'uguaglianza di rispetto, come ci ricorda l’articolo 3 della Costituzione Italiana, bisogna rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale per un’effettiva e universale realizzazione delle condizioni di libertà e uguaglianza tra i cittadini. La necessità di reprimere le idee reputate offensive è da sempre ricorrente nella storia del diritto. In Italia non esiste una normativa specifica che riguarda l’hate speech, ma vi sono una serie di norme relative ai reati di incitamento all’odio razziale, propaganda di idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale, ingiuria, diffamazione e minaccia che vengono applicate nei casi di hate speech e colmano il vuoto derivante dalla mancanza di un reato specifico. E’ opportuno ricordare che il “Codice di condotta per contrastare l’illecito incitamento all’odio online” finalizzato ad impedire il proliferarsi dell’incitamento all’odio razzista e xenofobo online con l’aiuto di Facebook, Microsoft, Twitter e Youtube. Il Codice in questione richiede alle piattaforme interessate di prevedere procedure chiare ed efficaci circa le segnalazioni riguardanti forme illegali di incitamento all’odio all’interno dei loro servizi nonché ad adottare “regole o orientamenti per la comunità degli utenti volte a precisare che sono vietate la promozione dell’istigazione alla violenza e a comportamenti improntati all’odio”. In tal senso, si è voluto valorizzare il ruolo chiave delle piattaforme nel combattere i fenomeni di hate speech. I casi di odio online dimostrano che le conseguenze sul corpo ci sono e sono spesso violente. L’odio sul web nasce dalla realtà e nella realtà ritorna.

Antonella Consoli

BIBLIOGRAFIA:

(1) L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete  Giovanni Ziccardi, Raffaele Cortina Editore, 2016